Letture al tavolo

“La notte oscura” di Giulio Marchetti

La mia recensione alla silloge “La notte oscura“, di Giulio Marchetti (Puntoacapo, 2012). Prefazione di Mattia Leombruno.

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Ne La notte oscura (Puntoacapo Editrice, 2012), terza raccolta poetica di Giulio Marchetti , la vita è, nonostante tutto, una “piccola gioia”, anche nel “peso dei giorni”. Non è infatti il buio a imporsi  in questa silloge fin dalle prime pagine, ma una luce dal taglio umano e trasversale, e insieme verticale e quasi divino, tutta da sondare, alla ricerca di una “speranza di calore”, pur nella sua uniforme consuetudine (“Ho visto giorni seguiti da giorni/ perfettamente uguali a se stessi”). Appare così naturale il passaggio poetico dalla luce del giorno alla “linea rossa del tramonto”, in un dolente istante di carne, amore e sangue. Ma “È stato solo un momento” come lo è, del resto, il tramonto. Dopo il sentimento umano viene infatti la riflessione, con se stessi e con gli altri, dato che, intimamente solo, “ognuno vuole essere ascoltato”.

Fin qui, l’esistenza sembra quasi avere un metaforico moto circolare: la luce, il tramonto, la notte che cerca di nuovo il giorno. Ma l’autore, poeticamente incline al dubbio, rilancia, e pone interrogativi sulla validità della partenza: “L’aspetto circolare della fuga/ conduce immancabilmente ogni sforzo/ al punto di partenza,/ se di vera partenza si era trattato”. Forse dunque, lo stare al centro del mistero non aiuta a comprenderlo, forse l’unico modo per ricevere qualche scaglia di verità è quello di porsi di lato, come fa il poeta: “Io credo mi giovi questo stare di lato […] a catturare qualche nota/ di stonata verità/ dall’armonia imperfetta/ del silenzio”. Qui sta la bellezza dell’esistenza, il suo presente, che è già anche, però, “Nostalgia del futuro”, della scoperta. La quale, passando per volti, nomi e occhi, conduce, irrimediabilmente, alla fine: “Non c’è altra verità/ più assoluta della fine. / Le cose orribili sono orribili”. La vita, forti e deboli di questa consapevolezza, diviene “[…] così nominata/ eppure così oscuramente innominabile”.

Ulteriore approdo, per il poeta, è rappresentato allora da “L’attesa” di un futuro non troppo prossimo, vicino abbastanza per essere riconosciuto come amore: […] fino a perdere gli occhi/ esattamente all’altezza/ che avevo immaginato/ fosse cielo./ Invece era amore.”, l’unico, vero, sondabile cielo. Solo così si può essere o meglio, ci si può sentire, spettatori e protagonisti del mondo. Solo così “la schiena si inarca magnifica/ a sostegno del cielo”, solo così la resa diviene un “atto di forza”.

E se anche tutto questo esistere fosse un’invenzione, una costruzione o un sogno (“Ormai siamo così poco/ e dobbiamo inventarci l’immenso”), se anche il vivere fosse soltanto un’inafferrabile scintilla tra i ricordi e l’attesa della fine, se anche “le lacrime antiche/ sono l’unico inchiostro/ per scrivere/ le paure di domani”,  la poesia di Giulio Marchetti sembra essere, dietro “La notte oscura”, luminosa e votata al presente, come una stella cadente. Con la differenza che la poesia non si spegne.

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