Letture al tavolo

“Il passato che non resta” di Giovanni Peli

 

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“Va piccolo nel cuore”. Così parte il viaggio in poesia di Giovanni Peli, intitolato “Il passato che non resta”, attraverso i ricordi ma anche oltre la sua stessa esperienza, in “un altro passato non mio”. Perché la poesia può dire le piccole cose, recuperare, tra le pieghe del vissuto, nomi, gesti e storie. Ma può anche, col suo respiro intimissimo e insieme universale, dare voce e nuovo colore a epoche lontane e mai realmente conosciute. Giovanni Peli, poeta e cantautore, lo fa con una poesia in cui l’elemento narrativo, talvolta anche l’espressione dialettale e il discorso diretto, incontrano la musicalità della parola, così da avvicinarsi agli oggetti stessi del suo dire e insieme coinvolgendo il lettore (“Tu scendi in città/ io vado ad abbattere con gli occhi le pareti/ senza credere né allo spazio né al tempo/ ma al senso della vita/ stasera in un abbraccio”). Quelle di Peli sono scaglie lucenti di una quotidianità perduta,  piccole abitudini di uomini grandi quanto un tempo storico che non esiste più, se non negli occhi di bambino del poeta e nel suo cuore che guarda dentro e indietro, non tanto forse per ritrovarsi, quanto per ridare, attraverso il verso e  i numerosi raccordi tra lo ieri e l’oggi, una dignità umana a ciò che è stato e mai più sarà (“Questo passato poi, insieme a tutti gli altri, scivola via/ come una larva, e non so più nulla io nemmeno di me”). Una nostalgia che, nella seconda parte del libro, “Canzoni d’amore”, si ripete declinandosi in chiave passionale e con un dire poetico via via più concitato, e allo stesso tempo carnale e sognato, in cui “l’amore si spiega solo con se stesso” e in cui, tra rimorsi, rimpianti e speranze, a soccombere sembra proprio il presente (“noi non afferreremo mai il presente”). Ma il poeta è consapevole del fatto che, in questa vita fatta di tensioni e mancanze, la poesia, col suo potere di leggere e insieme eleggere il quotidiano, sa fare in modo che niente sia sprecato (“Dagli occhi che non posso non cantare,/ sorgenti di un afferrabile universo/ dove il pensiero non sciupa il reale,/ da lì proviene ciò che dico e penso”). Un’economia della vita nella quale ogni cosa ha diritto e dovere d’esistere, una “celebrazione dell’indifeso” (siamo alla terza e ultima parte di un libro che, come suggerisce Anna Lamberti-Bocconi nell’introduzione, va letto e assaporato in tutta la sua compattezza), in cui tutto ha, bene o male, un peso: “Che peso la vita altrui, che profumo/ che circostanze, che perdita d’occhio”. Solo in questa prospettiva la vita avanza dialetticamente e, soprattutto, crea combustibile utile alla fiamma del sentire e del cantare poetico. Ma senza disorientamento. La poesia di Peli appare, in definitiva, forte, luminosa, consapevole: “[…] ecco a te fiori rari e puri/ sopravvissuti all’indifferenza, ecco luci incontaminate e vitali:/ io voglio allevare draghi/ ed altre divinità,/ altro che finali/ altro che ingenuità”.

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