Letture al tavolo

“Aldebaran” – Paolo Amoruso e Maria Grazia Vai

aldebaran

Paolo Amoruso e Maria Grazia Vai si aprono, fin dalle prime poesie della silloge “Aldebaran” (Rupe Mutevole, 2013) ad un’appassionata dialettica e ad un serrato, ritmico e vorticoso rincorrersi dell’ “io” e del “tu”, fino ad arrivare a un “noi” loquace, che unisce le due anime senza legarle, grazie al filo sottile ma resistente della poesia e della parola: “Accompagnami dove il tempo/ come pioggia, cade ad aprire solchi/ negli angoli parlanti della nostra distanza“. Un “noi” che però non esclude il lettore, ma riesce a renderlo, anzi, partecipe di questo respiro all’unisono e di questo sentire cosmico e universale, dove ognuno si ritrova ad essere una stella alla ricerca della propria gemella, di un’anima capace di captare e decifrare il proprio battito vitale: “[…] o ancora di più – sentirti accanto/ come un battito d’anima/ nel fiume della vita […]“. Facile e bello è dunque immedesimarsi, insieme ai due poeti, in una nuvola che passa come in un albero, in un fiore come nella luna e in generale in tutto quello che è natura, assecondando il fluire e il volere del tempo e delle stagioni, così come la naturale evoluzione dei rapporti umani: “Lo senti?/ è questo mio – e tuo- sentirsi luna d’orizzonte./ Ai piedi della sera, dove la mano/ mi stringe il silenzio“. In “Aldebaran” dunque il potere della poesia sta proprio in questa continua e ritrovata tensione, ma anche nell’immedesimazione, resa possibile dalla forza di una parola che non si limita a raccontare l’amore e la vita ma che, anzi, li struttura di volta in volta, cambiando loro colore e forma: “Quello che cresce/ e che non cessa di partorire,/ la luce, l’infinito/ e le sue parole“. Quello che si respira in definitiva tra le poesie di questa raccolta a quattro mani (e, prima di tutto, a due cuori) è un amore antico quanto il tempo, incarnato non tanto nei due poeti, quanto nelle loro penne e nelle loro parole, che, ora malinconiche, ora nostalgiche, cercano di colmarsi le une nelle altre, un po’ come stelle che, a seconda della prospettiva, appaiono vicine o lontane: “Per tua mano saprò quali frutti/ matura l’inverno, saprò dove/ posano i fiori recisi. E per tua/ voce urlerà l’attesa. Quel non averti/ sopra lo spigolo in legno del cuore”. E sta proprio qui il senso di questa poesia, nel suo non limitarsi a cantare l’amore, ma nel suo suscitare, attraverso un sentimento ideale e vibrante di spiritualità, un forte senso di partecipazione e inclusione, che ha nel cielo la sua sintesi estrema, poiché il cielo è ciò che tutto osserva, ma è anche ciò verso cui tutto tende, indipendentemente dalle età e dalle epoche: “Traducendoti l’anima in pensiero/ negli angoli profondi. Incolti del silenzio./ Quell’ultima rimanenza di parola,/ ch’è il tuo -del mio universo, l’intero“.

EPILOGO

Potessi
come l’acqua,
come un vento rabbioso,
-sfaldarmi-

essiccando,
penetrandoti il buio
e la neve

e lì
fiorire,

schiantandomi

Febbrile
come iperbole di marzo…

[solo marìe]

LA PAGINA UFFICIALE DEL LIBRO SU FACEBOOK
IL BLOG DI MARIA GRAZIA VAI

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s