Chicche sfuse / Senti senti...

Gli anni del mare e della rabbia

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Gli anni del mare e della rabbia” nascono dall’incontro fecondo tra i testi di Tiziano Sclavi e la musica del duo Secondamarea (Andrea Biscaro e Ilaria Becchino). Una collaborazione iniziata con “Ballate della notte scura” (SquiLibri) e culminata in questo disco, allegato a XL di Repubblica per tutto il mese di ottobre.
Venti canzoni dalle atmosfere dolci e inquietanti, nelle quali si muove l’uomo, con le sue paure, con la sua solitudine, con i suoi mali. Si passa così da “Chi ha paura?” a “Il grande vuoto” fino ad arrivare a “Sfera”, brano in cui la realtà si distorce nell’immagine di una sfera cromata rotante sospesa nel vuoto, in una sorta di allucinazione nella quale si proiettano dolori e angosce. Ma nell’universo disincantato di Sclavi, nei suoi cieli scuri e carichi di pioggia (“Piove”), c’è posto anche per l’amore, come quello cantato in “Dopo”, con la voce intensa di Ilaria Becchino e un accompagnamento musicale di chitarra e pianoforte capaci di valorizzare tutta la forza poetica delle parole (“Il tuo corpo sarà il mio nell’alterna eternità”).
Perché, anche se Sclavi (come ribadito in più di un’ intervista) preferisce definire i suoi testi ‘canzoni’ e non ‘poesie’, la poesia affiora tra le righe e talvolta le impregna, con la pacatezza che le è propria, senza invadenza. Come in “Nel buio”, un brano in cui morte e amore sembrano ricongiungersi in una specie di tempo alla fine del tempo, dove soltanto la voce del sentimento è in grado di spezzare il silenzio (“come neve nella neve nel silenzio mi sentirai”). Come anche ne “Gli anni del mare e della rabbia”, struggente canzone di formazione che dà il titolo alla raccolta, dedicata agli anni della scoperta del Sé (“io bambino sbagliato, futuro gigante di vetro, non sono andato avanti, non so tornare indietro”), a quegli anni “da dimenticare se potessi ma non ce la faccio, ce l’ho dentro il mare, un mare di ghiaccio”. Nel disco di Sclavi e Secondamarea (con la partecipazione di Antonio Marangolo) le stagioni dell’anno (“Danza di un anno”) e della vita sembrano così incontrarsi in una realtà sospesa al di là del tempo, nel tempo che è proprio di ognuno, nel tempo di dentro: è così che la “Fiaba” diviene il regno dell’illusione e dei sogni spezzati (“ho guardato nello specchio e l’ho attraversato infranto anche se un attimo prima credo di aver pianto”), e “La barchetta” di carta, attraverso l’immaginazione, parte da un rigagnolo per arrivare lontano. E in queste notti abitate da Barbablù e da altri ‘tipi strani’ (“La ballata della città di notte”) anche i grandi hanno bisogno di una ninna-nanna “Per dormire”, perché Sclavi sa raccontare la debolezza e la sua forza è anche questa. Ma, oltre la solitudine di “Dieci omini”, oltre l’amore perduto di “Regrets” (o quello “non colto” de “Il lungo addio”), resta un “Foglio di carta” a cui affidare sogni e speranze, e una vita, da scrivere, nonostante, camminando, con le proprie scarpe (“scrivi scrivi con le scarpe la tua storia vera”, da “Canto”). Eppure non c’è nessuna falsa promessa, nessun lieto fine, in questo disco: solanto ampi squarci di consapevolezza, e il cercare “nuova vita in quel falso paradiso”.
In queste venti canzoni, dietro le evocative atmosfere tipiche del padre di Dylan Dog, a dominare sono umanità e poesia e questo lo hanno saputo cogliere bene i Secondamarea. Già esperti nel mettere in musica i versi, regalano infatti alle parole di Tiziano Sclavi note suggestive e di carattere, che si sposano col testo senza invaderlo.

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