Letture al tavolo

leièmaria di Anna Maria Farabbi

leiemaria

“leièmaria” (LietoColle) è il racconto di un viaggio alla scoperta del “sé” inteso come parte integrante di un “noi” totale. Anna Maria Farabbi parte dalla sua Perugia per raggiungere le alture di Montelovesco: è dal paese natale che ha inizio questo percorso viscerale, risalendo a spirale le interiora, fino alla notte dei tempi. L’eremo, simbolo di solitudine, diventa “una cruna” da cui si dipana  il viaggio, dentro di sé e verso l’altro, un viaggio dell’accoglienza tracciato con il filo rosso della penna. L’eremo, punto di partenza, è dunque il vuoto, è “fuoco” e “tana” dentro cui seminare, per rinascere “al plurale”. Una pluralità che è capitiniana ‘compresenza dei vivi e dei morti’, respirata nel piccolo cimitero di Montelovesco, dove Anna Maria comprende “quanto l’io sia alla radice congiunto per destino al noi”. La penna, che del viaggio è “mezzo” ma anche “essenza”, è allora un sostegno per riemergere dalle paludi interiori, scrollandosi di dosso l’inconsistenza dell’ ‘io lirico’ per dare voce e gambe agli infermi, ai malati, vicini e lontani. In questo viaggio nel – e verso – il ventre acquatico e insieme terreno dell’accoglienza – rappresentato dall’arcipelago – la scrittura non è dunque un testamento individuale, ma un testimone da passare di mano in mano, una testimonianza, come la ricetta della pasta fatta in casa, così da uscire da una dimensione autoreferenziale e privata. La poesia, così, come le icone delle madonnare di Volto, si mescola così alla terra (“Imparerà da loro a scrivere la terra”) e non teme di essere lavata via dalla pioggia o di essere mangiata dalle uccelle (“madre grande dell’impermanenza/ il mio io di argilla respira gli azzurri”). La scrittura, entrando nell’ignoto dell’altrui condizione, impara a parlare un linguaggio inclusivo e universale, una “lingua madre” che intercetta la voce muta del dolore, in ogni luogo remoto del mondo, nel manicomio di Scarlitz come altrove. Una scrittura come traccia, come un ricamo che parte, appunto, dalla cruna dell’ago ma che paradossalmente non veste anzi, per sottrazione, spoglia, fino al nucleo originale della matrioska, fino alla rivelazione dell’ “io” minuscolo: al compimento del viaggio anna si ritrova scalza. Come appena nata.

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