Quanto zucchero?

Un fiume di parole e un cappuccino con Sylvia Pallaracci

sylvia

B: Ciao Sylvia. Grazie di essermi venuta a trovare al Poesiabar. Che ti prendi? Io ormai neanche lo dico più, tanto lo sapete… 😉

S: Buongiorno Barbara. Sorseggiare con te un buon caffè caldo è già respirare Poesia. Adoro il caffè, ma il modo in cui preferisco gustarmelo è in assoluto affogato in una densissima e abbondante crema bianca. Sì, il cappuccino. La mia libidine. Non so quanti cappuccini mi faccia fuori quotidianamente. Non posso farne a meno. Se mi chiedessero di scegliere di cosa nutrirmi in esclusiva per tutta la vita, non avrei dubbi a scegliere: CAPPUCCINO! Mi sono chiesta spesso se ci sia un significato dietro questo mio bisogno costante di latte che, più che essere appunto un piacere irrinunciabile, è davvero un’esigenza quasi vitale. Sì, il latte come vita. Non l’acqua. Non bevo acqua. Bevo latte. Se ho “sete” bevo latte. Dunque… un cappuccino, grazie! Possibilmente abbondante, in un bicchierone di vetro.

B: Con questa risposta mi hai stimolato subito una domanda o meglio, un’osservazione, sulla tua poesia. Il cappuccino è una fusione di latte e caffè. Il caffè rappresenta un po’ l’eccitazione, lo slancio. Il latte, invece, la purezza, il nutrimento. Leggendoti e pensando a quello che mi hai appena detto, mi viene da pensare che la tua poesia sia proprio un’amalgama di tutto questo… erotismo e, appunto, nutrimento. Che ne pensi?

S: Probabilmente ciò che tu hai immediatamente “osservato” è proprio quello che lentamente e silenziosamente, nel corso della mia scrittura, ha cercato di rivelarsi e riversarsi nella parola. La mia poesia, più che erotica, l’ho sempre vissuta come un canto di sensualità. Tutto ciò che scrivo – e che parla inevitabilmente di me, in tutta la mia più spudorata nudità – apparentemente è materia erotica, sessuale. In realtà questa sessualità non riguarda solo la fisicità e l’atto carnale tra due individui, ma rispecchia piuttosto la CARNALITÀ con cui mi rapporto col mondo intero degli elementi che mi circondano. Nelle mie poesie qualunque cosa, dall’albero, al fiume, alla tappezzeria di una stanza, alla melodia di una canzone, al cucchiaino di zucchero, acquista questa carnalità e rispecchia la relazione disperatamente animale che mi lega alla vita. Il mio bisogno di sentirmi appunto viva attraverso il volto più autentico e originale delle cose, inebriarmi i sensi rifugiandomi nelle verginalità, eccitarmi di ogni presenza vera e spontanea, lasciarmi penetrare da tutto e lasciare su tutto gli umori che faccio semplicemente vivendo. Sicuramente il latte simboleggia proprio il contatto primitivo col mondo esterno, il primo nutrimento, e il mio desiderio incessante di latte non è altro che necessità di rimanere sempre ancorata a quella purezza originale, all’incontaminazione, oltre a simboleggiare la fame, da soddisfare inevitabilmente, divorando come i bambini ogni cosa, allungando lo sguardo e mostrando lo stupore verso ogni minimo dettaglio, cercando appagamento in tutto ciò di cui non si conosce il sapore ma che per curiosità (che è la fame più incolmabile) si è tentati di provare sempre e comunque. Col tempo questa urgenza istintiva è diventata sempre più pretesa di un nutrimento intellettivo . La lettura e la scrittura rappresentano l’evoluzione di quella bambina che prima non sapeva leggere né scrivere e si nutriva solo attraverso la bocca. Tutto questo per dire che la mia Poesia canta la sensualità della vita, l’irresistibile fascino che emana tutto ciò che attraversa la mia esistenza, l’orgasmo puro del fatto stesso di esserci. L’EROS di cui risuonano i miei versi non è altro che la dolorosa passione con cui cerco di dire la Bellezza che desidero. E la realizzazione di questo desiderio è il solo modo che ho di amare me stessa.

B: Quest’ultima frase mi fa pensare al tuo verso : “Io ti piango dentro il fianco/ l’amore, che scava un punto/ dove potermi ritrovare, sola”. Questa tua poesia innamorata dell’altro,della vita, di ogni forma di esperienza – inclusa la sofferenza – è quindi anche un modo per esplorare te stessa?

S: Il verso che mi hai citato appartiene a una delle poesie a cui sono più affezionata, “La costola di Adamo”. In questa lirica, più che esplorare me stessa, cerco di esplorare l’altro da me, cerco di trovare il punto in cui infilarmi per ritrovarmi “sola” e far risuonare l’Amore che ho dentro nell’unicità della sua potenza e della sua indispensabilità, come se io fossi il pezzo mancante che (mi) garantisce la pienezza del creato. È il bisogno di percepire appunto la totalità e il flusso della vita attraverso l’idea di essere io stessa il punto fondamentale di congiuntura. Il frangente determinante a percepirmi. Adamo è anche il luogo austero e non ancora infranto dall’irruenza del mio Sentire di donna sempre inquieta e sempre appena nata, è la creatura che incarna tutta la stirpe umana, è il mio uomo, è la vita stessa a cui chiedo di sfaldarci assieme, nell’esclusività di quel tempo che inizia dove inizia il mio dolore per tutti quei “domani” a cui vorrò sempre tornare.

B:Ci si abbraccia per ritrovarsi interi”, disse Alda Merini. Ma quali sono le tue poetesse del cuore? Ci sono poetesse alle quali in qualche modo ti ispiri?

S: Oh Barbara… Davvero non mi ispiro a nessun poeta/poetessa , piuttosto cerco sempre di distanziarmi da qualunque scrittore, proprio per quella necessità di esclusività e singolarità su cui ho sempre improntato la mia vita. A maggior ragione, io che questa vita la esprimo totalmente e massimamente nella Parola, non posso che cercare un’espressività tutta mia, solo mia. Di certo, quel che non posso negare, è che ci sono nomi nella Poesia che più di chiunque altro hanno descritto la loro interiorità con la stessa intensità e con le stesse forme in cui mi sono riconosciuta terribilmente. Alejandra Pizarnik, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Sylvia Plath,Wislawa Szymborska, Anne Sexton, tra le donne. Tra gli uomini, te ne cito uno soltanto, quello che per me sta sopra ogni altro: Eugenio Montale.

B: Sai, sono d’accordo con te. La poesia è prima di tutto una ricerca e non deve mai smettere di esserlo.
Endecasillabi sciolti/ in un flutto improvviso/ al colmo/ di una canicola d’agosto” …quando hai capito che la Parola era il mezzo per esprimere la tua unicità? C’è stato un momento preciso o, in qualche modo, lo hai sempre sentito?

S: Ho capito che la Parola Scritta era il solo mezzo per distinguermi e farmi ascoltare quando ho avvertito che la Parola Parlata era invece il solo modo di confondermi nel vociare comune e di svilire la bellezza segreta della pura Voce interiore. Dunque ho sentito questa esigenza da subito, da quando ho ricordo e percezione di me. Scrivere non è altro che avvicinarmi il più possibile a me stessa, rientrarmi dentro, ritornare ogni volta a quella che sono quando nessuno può macchiare la mia trasparenza. Scrivere è nutrirmi di biancore perché l’inchiostro nero rimanga più impresso. Scrivere, come bere il latte…

B: E allora, visto che hai ancora un po’ di cappuccino nel bicchiere, ti va di condividere una tua poesia con gli amici del blog?

S: Da un presentimento/
inizi a sotterrarti/
in questa finestra sospesa /
sul vuoto.
Il sudore ti cola verde/
d’erba smantellata nella fuga/
a suon di fuochi./

Inesorabile ti pietrifichi/
come i rovi perfettamente nudi/
nel loro palmo d’ombra./

Nulla di te rimane più/
evidente dei falli delle statue e/
delle tombe innalzate/
a rivendicarti l’uomo./

E prima che la terra screpi e/
un qualchiddio rimbecchi/
la tua miseria/
mi tendi il lungo braccio/
che sono nata per vivere/
solo di questo/
assalto di disperazione che ti/
ricurva/
le unghie dentro cui urlo come/
una folla/
di morti mentre bruci/
la tua Chiesa

B: Grazie per le tue parole vere e nude, forti perché fatte di polpa e sangue, senza inutili e fragili sovrastrutture. Grazie di essere stata al Poesiabar.

S: Grazie a te Barbara… Mi ha fatto davvero tanto piacere parlare con te di Poesia.  È  molto tempo che ti seguo silenziosamente e ho sempre sperato in un incontro più diretto. E dire poi che viviamo anche così vicine…

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