Letture al tavolo

Archè di Daniela Cattani Rusich

arche

“Archè”, come origine, come viaggio, come forza. Così, in questa silloge edita da Onirica, Daniela Cattani Rusich intraprende un percorso in poesia sui solchi del dolore e della vita.
Mai per un attimo l’autrice si abbandona alla vaghezza d’ispirazione e anche la contemplazione del volo diventa un fatto di carne perché nasce da una ferita, primordiale eppure intima e personalissima. Ma – e qui sta la forza – l’indugio sul dolore non è mai autocommiserazione fine a se stessa: la ferita diviene un varco, una porta che spalanca a una donna l’immensità del suo mondo interiore, perché “Scriversi è un dolore appeso all’universo/ presagio dell’aprire porte chiuse a chiave“.
Questo viaggio, a ritroso nelle vene e nelle cellule, non è dunque uno scivolamento, una caduta, ma piuttosto una risalita lungo le pareti dell’anima, con uno sguardo alla purezza dell’infanzia, sfiorata con la penna, senza toccarla. Perché i versi della poetessa vivono non tanto di disillusione, quanto di una profonda e lucida consapevolezza: “è l’Anima Bambina/ aggrappata ai vetri rotti/ della sera.” In un girotondo di fragilità e forza non trova però spazio il rimpianto: l’autrice conosce il potenziale creativo della parola e la relazione strettissima tra l’essere e il verbo (“e diventai l’esatto specchio del mio dire“) e anche in questo senso i suoi versi sono proiettati nel cammino di una continua ri-scoperta (“E ricompongo in specchi/gli occhi tuoi invecchiati di bambina“).
Una poesia nel segno – nonostante tutto – della positività e della luce anche perché Daniela Cattani Rusich estende il suo dire al di fuori del seminato autobiografico, incontrando, nel suo viaggio, l’umanità dell’altro, altri Occhi di donna, un “tu”, reale o sognato, con cui sempre cercare uno scontro come un dialogo. Osservata in questa direzione la ferita, il taglio, diviene una fessura da cui guardare fuori, ma anche per fare spazio al mondo esterno, in un approccio  che fonde femminilità e forza, nel coraggio estremo della parola: “Perché il poeta è nudo/ – emblema scorticato dell’umana natura – / eppure va cantando l’infinità verità dei venti/ con le sue spine conficcate in gola.”

 

Archè sul sito dell’editore

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