Quanto zucchero?

Tè verde e poesia. Una chiacchierata con Rita Pacilio

Stavolta al “Poesia Bar” ho avuto il piacere e l’onore di incontrare Rita Pacilio. Davanti a un caffè (per me) e a una tazza di tè verde (per lei), mi ha parlato della sua poesia, del suo canto, del meraviglioso incontro con l’altro. Fossi in voi mi preparerei qualcosa di caldo da bere, e inzierei subito a leggere quanto di bello ha da offrirci ancora la poesia.

Rita Pacilio

Foto Mafolo’

Barbara: Ciao Rita, grazie per aver accettato il mio invito. Prendi un caffè?

Rita: Io non bevo caffè! Feci un sorso lunghissimo di caffè, diciamo che ne bevvi un bicchiere intero, all’età di 5 anni credendo fosse un bicchiere di cioccolato caldo preparato dalla mia nonna! Vivevo dalla nonna materna da bambina. Allora si usava conservare il caffè che avanzava nella caffettiera e la mia nonna lo raccoglieva in un bicchierone che poggiava sul mobiletto in cucina, troppo alla portata dei bambini vivaci e golosi! A casa sua ho i miei ricordi e la mia poesia, l’inizio della mia storia, l’attraversamento di ogni mio pensiero logico e contraddittorio, proprio come quel bicchierone di caffè dal color cioccolato che ancor mi disgusta e mi attrae. Grazie per l’invito cara, prendo una sana tazza di the verde, senza zucchero per gustarne l’aroma e l’essenza.

Barbara: Sai, con queste tue belle parole, oltre che ricordarmi la mia amata nonna materna (io credo che i nonni siano i custodi immortali dei nostri pensieri più puri) mi hai fatto pensare alla tua poesia, essenziale sì, ma anche profumata, nel senso che leggo spesso tuoi versi carichi di aromi e fragranze…forse è un modo il tuo per trattenere, con la poesia, la scia della fugacità e del passato?

Rita: Il germe della mia poesia nasce nella mia infanzia, sicuramente dall’urgenza creativa di coinvolgere la mia tensione emotiva e la mia fisicità utilizzando la parola come ‘corpo linguistico’. Il libro stesso diventa ‘corpo’ e ‘carne’ attraverso cui narro il mondo e le sue creature. Infatti faccio mia l’affermazione che ‘il corpo è la poesia e non si dà pace’. Le mie parole spezzano, come lance, mondi plurimi, coscienze, storie, spazi, saperi, fragilità, diversità. Il mio ultimo lavoro poetico, edito da ‘La Vita Felice‘ nel novembre 2012, dal titolo Gli imperfetti sono gente bizzarra, è un libro che incontra il corpo fraterno di Alfonso per ripararsi e proteggersi dai luoghi comuni e dagli stereotipi sociali. ‘Ci vuole una consuetudine disarmata, casta, povera, che abbia visitato le ombre…‘ dice Davide Rondoni nella prefazione del mio testo per affrontare in poesia il problema sociale del ‘diverso’.
Una poesia collegata al passato, tu dici, sì, hai ragione, tutto parte da lì, dalle radici di quella solitudine che porto con me, da quei dolori che mi appartengono, dal loro inizio.

Barbara: Dopotutto, se non esistessero le radici, non esisterebbero i fiori.  E senza i fiori non esisterebbe il prato della condivisione. Ma dimmi, quell’uso della parola come ‘corpo linguistico’, come ‘corpo’ e ‘carne’, può essere sintetizzato nella tua esperienza di artista e cantante, oltre che di poetessa? La voce, in fondo, è un qualcosa di materiale e immateriale al contempo…

Rita: Il ‘corpo’ è luogo di contraddizione: materia e spirito, melodia e urlo, vita e morte. Nel ‘corpo’ si avverte tutta l’ustione del mondo: lì consumiamo, usiamo e sporchiamo, ma nello stesso tempo, ripuliamo e purifichiamo il processo naturale della realtà. Il ritmo della semplicità, l’armonia e la trasformazione della vita avviene attraverso i corpi che si innamorano continuamente della percezione nuova e sempre rinnovata del proprio ‘sentire’ il cosmo mantenendo una comunicazione privilegiata con la propria voce interiore. Nell’interiorità ritrovo il mio suono che continuamente mi stupisce e mi attrae, da sempre. Il suono diventa parola, la parola suono. Il connubio, con il tempo, è diventato crescita ed espressione artistica fino a maturare in una discografia libera dai canoni tradizionali del jazz, ma che si sforza, con rigore, di rispettarne le origini. Canto le mie parole, le interpreto secondo una tecnica ‘intonata/recitata/parlata’ sprechetimme, dal tedesco. La voce è solo lo strumento con cui riesco a tirare fuori l’esperienza del mio io interiore, uno scavare continuo, inesorabile.

Barbara: Un innamoramento continuo che si sente nella tua poesia, nei suoi richiami, come fosse una primavera dell’anima. Questa ‘comunicazione con la propria voce interiore’ di cui mi parli è però, nel tuo scrivere, anche un incontro con l’altrui esperienza vitale. Pensi che prestare la tua voce e il tuo canto alla poesia sia utile a creare un’esperienza condivisa, un’empatia ulteriore, un umano calore? Insomma, pensi che questo faccia bene alla poesia come forma di incontro e, in qualche modo, di socialità? Dopotutto tu sei anche una sociologa…

Rita: Certo! La ricerca dell’interiorità deve, comunque servire a portare alla luce ciò che è puro e catturabile da condividere con gli altri al fine di creare la profonda intesa o sintonia con l’esterno. Il fine ultimo è sempre il tentativo di rapportarsi agli altri come luoghi di incontro e di esperienza, di confronto e di crescita, di comprensione e di empatia per il superamento dei propri e degli altrui conflitti. La poesia e la musica sono fatte di cose concrete, di comprensione del mondo, di accoglimento della diversità e del disagio in cui ogni giorno ci imbattiamo. Sono un sociologo, sì, anche se da due anni non lavoro con assiduità, ma conosco le dinamiche significative e importanti che l’arte apporta al dolore e alle difficoltà della vita nei meccanismi della sublimazione e della salvezza.

Barbara:  Una poesia “che è il fare“, come direbbe Anna Maria Farabbi. Ma quali responsabilità ha, oggi, un poeta? Quanto conta per te l’ascolto e la lettura in questi tempi dove tutti, talvolta senza senso critico, sembrano solo voler “fare” poesia?

Rita: Sì, è vero, in senso etimologico ‘poesia’ dal latino poesis e a sua volta dal greco poiesis ha il significato di ‘fare’, ‘creare’. Ne deriva che la poesia ha insito, fin dalla sua origine semantica, un carattere prevalentemente operativo, un atto creativo e fattuale. Si tratta chiaramente di una fattualità intesa in senso lato che ha anzi la necessità di essere accolta, ricevuta da qualcuno perché possa realmente manifestarsi, farsi ‘cosa’. Questo avviene attraverso la comunicazione che spesso è emozionale. Purtroppo oggi si legge poco e si è portati a invogliare alla scrittura, spesso definita ‘terapeutica’, ‘creativa’, anziché alla lettura che può essere molto più creativa e stimolante della scrittura stessa. Infatti credo che per favorire un dialogo interiore, ma soprattutto una comunicazione con l’esterno, sia doveroso, da parte degli educatori, avviare progettualità che mirino a stimolare la lettura di testi che diano la possibilità di avviare processi di scavo della personalità, di consapevolezza del sé, di confronto e riflessione. Mi trovo spesso a proporre letture, anche contemporaneee, oltre che classiche, per estrapolarne riflessioni e suggestioni, su tematiche attualissime, con detenuti o adolescenti, al fine di invogliare anche un processo di ‘innamoramento’ per il libro di cui si sta sempre più perdendo il valore e la preziosità contenutistica oltre che artistica. La macchina economica che gira intorno al discorso ‘pubblicazione’ potrebbe invertire la tendenza: si potrebbe incrementare la vendita del catalogo che dovrebbe mirare alla selezione della qualità letteraria e non alla quantità dei nominativi inseriti.

Barbara: Un nobile e condivisibile intento. Ma i giovani si innamorano ancora della poesia? Ti prego, dimmi di sì! E, mentre vado a pagare, mi scrivi uno dei tuoi versi, quello che vuoi, sul mio taccuino? La conserverò con cura, in ricordo di questa bella chiacchierata.

Rita: Credo che sarà la poesia a innamorarsi dei giovani e li inviterà all’ascolto della vita e alla bellezza delle ‘cose del mondo’. La poesia non li lascerà soli! Invito i ragazzi a fare tesoro di letture preziose e a non trascurare, per esempio, la poesia ‘importante’ come quella di Pasolini, uomo prezioso per la cultura italiana e non solo, che ha definito con il suo pensiero mutamenti fondamentali nella poesia contemporanea.

Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio
peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi
affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine

I versi sono tratti da “Gli imperfetti sono gente bizzarra” (La Vita Felice), poesie dedicate a mio fratello Alfonso.

Grazie di cuore a Rita, per l’umanità e profondità della parola e per la preziosa poesia, che troverete anche qui nel suo blog e nella sua pagina Facebook

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One thought on “Tè verde e poesia. Una chiacchierata con Rita Pacilio

  1. Sono d’accordo con Rita, è essenziale incoraggiare la lettura e non solo dei classici (che naturalmente restano essenziali visto che sono passato e memoria). Interessare le nuove generazioni e far comprendere loro che la vera rivoluzione sta nel conoscere e così essere davvero liberi.

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